Giornata della Memoria: da Leverano sui luoghi della Storia

Aus_ingressoweb4

Ingresso Auschwitz (web)

Il 27 gennaio di ogni anno, in occasione dell’anniversario della liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa, viene celebrata la Giornata della Memoria,  al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati” (Legge Nr 211_200). Quest’anno ricorreva il 70° anniversario. Lo vogliamo ricordare anche noi attraverso la testimonianza di un giovane leveranese, Francesco Muci che nel 2014 ha partecipato al “Treno della Memoria”, un progetto che ogni anno porta centinaia di ragazzi a visitare i luoghi simbolo dello sterminio nazista e a confrontarsi, attraverso la riflessione che parte da quattro parole chiave: storia, memoria, testimonianza, impegno.

 

Quella di visitare i luoghi in cui si sono svolti i peggiori capitoli della storia, i più tristi è di certo un’esperienza toccante ed emotiva.

A distanza, ormai, di quasi un anno, mi trovo a rivivere i giorni trascorsi a Cracovia (POLONIA) nel Febbraio 2014, grazie a foto, video e articoli diffusi in questi giorni dall’associazione “Terra Del Fuoco – Mediterranea” che, ormai da anni, ha preso a cuore l’iniziativa del Treno della Memoria” grazie a cui studenti e studentesse italiani, anno dopo anno, vengono a conoscenza di una realtà sempre attuale.Birk_vagone

Vedere con i propri occhi la fabbrica di Schindler, il ghetto ebraico di Cracovia, il campo di concentramento di Auschwitz e quello di Birkenau, come è facile immaginare, ha un forte impatto emotivo dal momento in cui si ha effettiva difficoltà a credere a ciò che è stato, a quello che ti viene sbattuto in faccia, a ciò che ti viene raccontato e spiegato in maniera così drammaticamente dettagliata.

Auschwitz_interno Birk_interno

È proprio qui, forse, che vuole portarci questa straordinaria esperienza.

Per quanto triste, atroce, disumano è stato ciò che in quei luoghi è avvenuto, fondamentale risulta prenderne coscienza e, una volta che la sfera emozionale ridimensiona la sua influenza, non resta che capire come si sia arrivati a rendere cruda realtà un’idea, non solo di un folle ma di un oratore capace, in quanto tale, di mobilitare le masse, di un individuo che credeva fermamente nelle proprie idee (anticipatamente espresse nel  “Mein kampf” – La mia battaglia, saggio pubblicato nel 1925 che delineava il programma del partito nazista), tanto da portarle a compimento fino in fondo, senza alcuna pietà nei confronti di coloro che secondo costui non meritavano di stare al mondo, non meritavano pietà perché vivendo da parassiti nello “spazio vitale” fondamentale per il futuro della grande Germania, come parassiti andavano eliminati.

Aus_gasE per provare ciò basti pensare come, per eliminare il popolo ebraico (ma vennero sterminati anche zingari, comunisti e omosessuali), dalle pallottole si sia passati alle camere a gas (la sostanza usata era lo “Zyklon B”, gas a base di sostanze usate per eliminare parassiti e germi).

Una soluzione, “finale” come sarebbe poi stata tristemente nota, meno onerosa per la Germania che doveva far fronte agli alti costi della guerra e non poteva spendere troppo per eliminare donne e uomini la cui vita valeva meno di una singola pallottola.

“Un viaggio nel tempo” quello che ha permesso a me e ad altri 600 ragazzi e ragazze di “toccare con mano quanto è successo anni fa”, ma “il viaggio più importante e prezioso è quello all’interno di noi stessi e delle nostre coscienze”.

Un’esperienza che fa cambiare il modo di vedere le cose, che insegna ad alzare la testa e a dar voce al proprio pensiero, ai propri diritti affinché questa voce non venga da altri soffocata; a rispettare la persona in quanto tale, a rispettarne la vita, diritto innegabile, a tener viva la memoria, affinché quanto è accaduto non si possa ripetere. A prendere le dovute distanze dall’indifferenza e da ciò che ne consegue.

Visitare la fabbrica di Schindler ed il ghetto ebraico di Cracovia è stata una significativa introduzione ad un tema ben più drammaticamente complesso.

L’aria è diventata d’un tratto più pesante quando siamo giunti all’ingresso di Auschwitz e gli occhi si sono spalancati alla vista del tristemente famoso ingresso al campo, un cancello sovrastato da una scritta che recita: “Arbeit macht frei“, (il lavoro rende liberi), frase beffarda posta all’ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti, ennesimo schiaffo morale alla dignità di coloro che da prigionieri vi entravano per non uscirne più, nella maggior parte dei casi.

Come scrive Primo Levi (ebreo italiano sopravvissuto, deportato ad Auschwitz nel 1944) nei campi “soccombere è la cosa più semplice: basta eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo. L’esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente si può in questo modo durare più di tre mesi.”

Aus_recintoweb

(web)

 

Una volta messo piede nei campi, la concezione della storia, della realtà cambia sensibilmente.

Tutto ciò che abbiamo visto e rivisto nei film e nelle foto, tutto ciò che è scritto sui libri, persino le testimonianze dei pochi sopravvissuti, nulla è paragonabile ad una “visita” nel campo. Una guida ci ha accompagnati e ci ha dettagliatamente spiegato come era organizzato il campo, come era la “vita” quotidiana dei prigionieri; un gruppo di attori ci leggeva testimonianze di sopravvissuti, parole, quelle, che all’interno del campo pesavano come macigni perché le immagini descritte prendevano forma davanti a noi, proprio nei luoghi in cui l’uomo ha fatto quanto di più atroce, drammatico, incredibile potesse fare, spingendosi ben oltre la propria natura, ben oltre quella che è la natura persino delle bestie più feroci.

La storia prendeva forma, descrivendoci qualcosa di incredibilmente reale.

Nel campo, oltre a patire il freddo, la fame, le sofferenze, i dolori e le malattie causate da ritmi lavorativi disumani e dal mancato riposo, si era voluto procedere all’annullamento della persona umana: donne che erano costrette a separarsi dai propri figli per non rivederli mai più, alcune, addirittura, costrette ad ucciderli per ordine delle SS; bambini, donne e uomini vittime di disumani esperimenti effettuati sui loro corpi da “medici” che effettuavano interventi chirurgici senza anestesia e senza le necessarie condizioni igienico-sanitarie per studiare su cavie umane ipotetiche cure per malattie mortali, peraltro senza alcun successo. Prigionieri costretti al ritorno dal lavoro a marciare a tempo di musiche allegre, suonate da altri prigionieri per ordine dei nazisti. Aus_pasto

Cibo costituito, al mattino, da una brodaglia nera insapore che fungeva da caffè e 300 gr di pane stantio fatto di farina di castagne selvatiche mista a segatura, che dovevano bastare fino alla sera. A pranzo, quattro giorni alla settimana era prevista una zuppa di “carne”, in realtà di ossa, per gli altri tre giorni, veniva distribuita una zuppa (3/4 di litro) di scarso nutrimento calorico. A cena le rimanenze del pane del mattino.

Moltissime sono state le vittime di malnutrizione morte mesi dopo la liberazione, a causa dell’impossibilità di riprendere una vita normale, di ritornare a mangiare correttamente, in quanto l’organismo era ormai così debilitato da non essere più in grado di riabilitarsi.

Innumerevoli le torture inflitte a quanti, seppur minimamente, trasgredivano le regole del campo.

Camere piene zeppe di effetti personali  sottratti ai prigionieri: spazzole, abbigliamento, occhiali, bambole dei bambini, scarpe sin dalle taglie più piccole.

Aus_occhialiweb Auschwitz: le protesi delle vittime; Aus_gioch

Forse immaginare una scena simile può rendere, anche se lontanamente, l’idea del dolore che quelle donne e i loro figli hanno provato nei campi.

Ai deportati veniva detto che sarebbero stati condotti in luoghi in cui poter vivere con i loro simili e, scesi dai vagoni, era loro “consigliato” di scrivere i propri nomi sui bagagli, valigie che avrebbero poi recuperato in seguito, ma ciò, oggi sappiamo bene, non sarebbe poi accaduto.

Spesso i prigionieri, stremati dalla impossibili condizioni di “vita”,  andavano a gettarsi sul recinto, attraversato da corrente elettrica ad alta tensione, che delimitava i campi per porre fine alle loro sofferenze: era la morte meno dolorosa nel campo.

Probabilmente può sembrare banale, ma per descrivere cosa sono stati i campi di concentramento e quelli di sterminio, le parole non bastano, esse possono solo sminuire quanto è accaduto, non si trova alcun rifugio al di fuori del silenzio.

 

“Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto dio stesso. Mai.” (E. Wiesel)

 

 

Successivamente siamo stati accompagnati nel campo di sterminio di Birkenau: lo scopo del campo era l’eliminazione di massa, che lo renderà protagonista della “soluzione finale del problema ebraico”.

Birk_veduta

Birkenau: un’enorme distesa di terra, contenente strutture adibite a dormitori in cui, come ad Auschwitz, i prigionieri erano ammassati come bestie prima di essere giorno dopo giorno, condotti nelle camere a gas per poi essere cremati.

Fino alla fine si tentava di prendersi gioco dei prigionieri: negli spogliatoi adiacenti alle camere a gas erano presenti appendiabiti numerati e i soldati “ricordavano” ai prigionieri di non dimenticare il numero della loro postazione perché dopo la “doccia” avrebbero dovuto rivestirsi. Ben presto diveniva chiaro, per tutti quegli uomini, che in quegli spogliatoi non vi sarebbero più tornati e le SS avrebbero portato via i loro indumenti per poi riutilizzarli.

Nulla andava sprecato, nella tragedia nazista, il ruolo dell’economia era fondamentale.

Camminando nel campo con le cuffie alle orecchie per ascoltare la spiegazione della guida, per alcuni minuti siamo rimasti tutti in silenzio. Viene naturale chiudere gli occhi.

Resta solo il rumore dei passi, unico aspetto che ci accomuna a chi è stato costretto molti anni prima a camminare lungo lo stesso sentiero.

È un momento in cui le emozioni prendono il sopravvento.

L’estensione, le dimensioni del campo fanno paura.

Vi si trovavano 4 camere a gas con annessi crematori ed una distesa sconfinata di baracche adibite principalmente a “dormitori”.

Birk_rovine gas

Il campo arrivò a contenere fino a 100.000 prigionieri internati: qui trovarono la morte più di un milione di persone.

Tra le macerie delle camere a gas e dei forni crematori il silenzio è interrotto dalle parole della guida che ci dice: “Questi sono i resti delle camere a gas e dei crematori, dove un’infinità di cadaveri sono stati bruciati. Voi, ora, state camminando anche sulle loro ceneri”.

Tra le rovine si trovano ancora delle camere a gas quasi completamente intatte.

Le altre furono distrutte dai nazisti sul finire della guerra, quando la priorità divenne quella di far scomparire le prove di quanto era stato commesso.

Dopo le baracche, o meglio, dopo ciò che ne resta è stato realizzato un monumento alla memoria e vi sono numerose targhe commemorative che recitano in diverse lingue:

“Grido di disperazione ed ammonimento all’umanità sia per sempre questo luogo dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei, da vari paesi d’Europa.”  AUSCHWITZ-BIRKENAU 1940-1945.

Birk_monumento Birk_targacomme

Nella lunga ed ampia riflessione su come sia stato possibile accanirsi su di un popolo al fine di sterminarlo, probabilmente tra le risposte a questa domanda spicca quella dell’indifferenza.

Base solida su cui costruire un dibattito, l’indifferenza, come tema da affrontare ci ha portato a riflettere insieme con i nostri educatori, all’indomani della visita ai campi, sul significato vero di quanto avevamo visto e, riuniti in piccole assemblee, abbiamo espresso sensazioni e pareri.

Come è stato possibile realizzare lo sterminio di un popolo?

Come è stato possibile realizzarlo in maniera così scrupolosa?

Come è stato possibile creare delle fabbriche della morte?

La SHOAH (genocidio, sterminio, distruzione), troppo spesso erroneamente definita “olocausto” (termine il cui significato allude a tutt’altro, ad un sacrificio a Dio, quando di sacrificio non si è trattato), parola che offende chi la SHOAH l’ha dovuta subire, è stata resa possibile perché ognuno ha contribuito nel proprio piccolo, alla realizzazione di essa ed in tutto ciò, fattore determinante è stato proprio l’indifferenza.

“Ci hanno massacrati tutti qui sulla terra, piccoli e grandi;
ci hanno sterminati tutti.
Perché? Non domandate, non domandate perché!
Tutti lo sanno, dal più buono al più malvagio.
Il più malvagio ha dato una mano ai tedeschi,
il più buono è stato a guardare con gli occhi socchiusi facendo finta di dormire.
No, nessuno chiederà giustizia, nessuno indagherà, nessuno domanderà perché.
Il nostro sangue costa poco, lo si può versare.
Ci possono uccidere,
ci possono assassinare impunemente.”
(Y. Katzenelson)

 Birk_fotoebrei Birk_fotoebrei3

Quest’esperienza ci vuole insegnare ad alzare la testa, ad aprire gli occhi, a gridare il dissenso e a cercare di comprendere quanto più possibile la realtà in cui viviamo, affinché ognuno di noi, nel suo piccolo, impari a diffidare dalle belle parole non sostenute da buone ragioni e contribuisca nella quotidianità alla lotta al razzismo, al fanatismo religioso, a quello politico, alla violenza, all’intolleranza che deve evolversi e divenire semplice accettazione di chi non è “diverso”, ma “diverso da me” (guai a generalizzare) se costui non minaccia i miei diritti e le mie libertà che confinano con le sue, nel rispetto reciproco della persona.

Quanti ci hanno accompagnato in questo viaggio in noi stessi ci hanno insegnato che non ci sono stati cattivi e buoni, ma persecutori e indifferenti che, insieme, hanno permesso alla shoah di divenire cruda realtà.

Un grazie di quanto questa esperienza dona a tutti coloro che la vivono in prima persona va a chi si impegna per tenere viva la memoria.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” (P.Levi)

 

Birk_tramonto

 

Ne approfittiamo per anticipare che giovedì prossimo (26 Febbraio), presso la sala Falcone-Borsellino in Biblioteca, ci sarà la presentazione di “I deportati salentini leccesi nei lager nazifascisti” di Pati Luceri che sarà presente insieme a Maurizio Nocera (segretario provinciale ANPI Lecce). Secondo gli studi di Pati, ci sono ben 119 leveranesi deportati nei campi nazifascisti.

 

pati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *