Depositi di rifiuti radioattivi in territorio d’Arneo. Il nostro NO. Cominciamo ad informarci.

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Circa un mese fa è uscita la preoccupante notizia che l’agenzia governativa Sogin, società per la gestione degli impianti nucleari, ha presentato l’elenco delle località “adatte” ad ospitare un deposito di stoccaggio di scorie radioattive. Tra queste figurerebbe Nardò, in particolare il territorio dell’Arneo, considerato dagli esperti come geologicamente e geomorfologicamente perfetto per ospitare un deposito di rifiuti radioattivi. Noi però, abitanti di Terra d’Arneo, non siamo stati considerati dagli esperti e neanche dalla Sogin. È il caso di cominciare a muovere i primi passi verso quello che deve essere un rifiuto popolare all’ipotesi di nuovi impianti di stoccaggio di rifiuti radioattivi.

Cominciamo, allora, ad informarci e a far sapere da subito che non saremo disposti ad accettare alcun deposito del genere sul nostro territorio. Riportiamo il testo preparato dal Comitato cittadino antinucleare di Maruggio stilato in occasione di una recente riunione interregionale per la discussione sui depositi di scorie radioattive tenuta a Taranto, nella sede dei Cobas.

A titolo informativo, facciamo un primo panorama di quello che è il quadro italiano dei rifiuti radioattivi.

Almeno quelli noti si calcola che siano circa un centinaio tra capannoni e bunker che ospitano rifiuti radioattivi tra Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia. Di questi sicuramente i più importanti sono quelli riferiti a Saluggia (Vc) ed alla Trisaia di Rotondella (Mt), almeno per quanto riguarda i rifiuti più pericolosi (III categoria). Chiaramente non meno importanti sono quelli legati alla dismissione delle ex centrali nucleari: Trino Vercellese (Vc), Caorso (Pc), Latina (Lt), Garigliano (Ce).

In pratica, i rifiuti radioattivi depositati sono disseminati in Piemonte a Trino Vercellese (Vc), Saluggia (Vc), Avogadro (Vc), Tortona (Al), Bosco Marengo (Al) e Campoverde (Al); in Lombardia a Milano, Varese e Pavia; in Emilia-Romagna a Caorso (Pc), Bologna e Forlì; in Toscana a Pisa; in Lazio a Casaccia di Roma e Latina; in Molise a Termoli (Cb); in Campania a Garigliano (Ce); in Puglia a Statte (Ta); in Basilicata a Rotondella (Mt); in Sicilia a Palermo.

Tutti questi rifiuti ammontano a circa 90.000 m3, di cui 75.000 di I e II categoria e 15.000 di III categoria. A questi si sommano quelli italiani che dovranno ritornare, trattati, da Francia e Gran Bretagna, quelli che non è dato sapere e quelli dispersi ufficiosamente sull’intero territorio nazionale, ma proprio per questo non meno rischiosi e pericolosi.

La gran parte dei rifiuti, soprattutto quelli più pericolosi, ma non solo, sono il risultato delle vecchie centrali nucleari italiane dismesse, mentre un quantitativo più ridotto proviene dall’industria, sanità e ricerca scientifica, che al contrario dei primi viene ad essere prodotto continuamente.

In sintesi, i rifiuti di I, II e III categoria si differenziano tra loro per la qualità dei radionuclidi contenuti.

Semplificando, per una maggiore fruibilità pratica, si può dire che:

La I categoria contempla radioisotopi con tempo di dimezzamento massimo di alcuni anni;

La II categoria contempla radioisotopi con tempo di dimezzamento di decine/centinaia di anni;

La III categoria contempla radioisotopi con tempo di dimezzamento di migliaia di anni ed oltre.

Se si considera che abbisognano almeno 10 tempi di dimezzamento affinché si raggiunga una quantità di radioattività assimilabile a quella naturale, si capisce bene come anche per i rifiuti di II categoria, per esempio, si può parlare di tempi biblici (migliaia di anni), figuriamoci per quelli di III che abbisognano di centinaia di migliaia di anni (± 300.000).

Tra tutti gli inquinamenti ambientali, quello radioattivo è sicuramente il più subdolo. Da qui la necessità di mettere in sicurezza questa mole di rifiuti, essenzialmente irresponsabile eredità del passato non voluta dalla collettività.

Bisogna assolutamente impedire che attraverso l’atmosfera, il sottosuolo, le falde acquifere e l’ambiente marino, in particolare con la catena alimentare, si continui a contaminare l’intera biosfera.

In Italia le conseguenze già note della contaminazione radioattiva di Saluggia (Vc) rappresentano soltanto la punta dell’iceberg di un inquinamento tenuto per lo più nascosto ma diffuso, legato anche alle caratteristiche non idonee di tutti questi “fantomatici e molto provvisori” depositi sparsi sull’intero territorio nazionale.

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(Cartina in cui sono riportati gli attuali produttori e detentori di rifiuti radioattivi in Italia pubblicata recentemente da “Il Manifesto”)

 

Ragionevolmente, si può immaginare che un Deposito progettato e realizzato con i criteri della Guida Tecnica n. 29 dell’Ispra non susciti molta sicurezza, quella sicurezza che spetterebbe di diritto a qualsiasi Comunità ed a qualsiasi Ambiente troppo svenduto da un antropismo scellerato, egoista e distruttivo.

Si rammenta che gli effetti da contaminazione radioattiva, nella maggior parte dei casi, si evidenziano a distanza anche di molti decenni con tumori del sangue, soprattutto leucemie, e/o in tempi ancora più lunghi con malformazioni congenite nelle generazioni successive attraverso modificazioni del codice genetico.

Il Giappone tra Hiroshima, Nagasaki e Fukushima rappresenta sicuramente la lezione più eclatante e vergognosa di catastrofe planetaria radioattiva.

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