Risorgimento: L’unità nazionale vista dal Salento (part 2)

 

unita

Pubblichiamo la seconda, ed ultima parte, della ricerca storica di Gaetano Papadia sul Risorgimento Italiano visto dal Salento

 

“Nascita di una colonia” tra brigantaggio e nuova borghesia. La ‘questione sociale’.

Ma le differenze tra i due Stati non si limitavano solo agli aspetti economici e finanziari. C’era una diversa visione dell’ordine pubblico e della sua gestione. Partendo dal presupposto che il regno appena conquistato si reggeva sulla corruzione, l’inciviltà, l’ozio e l’illegalità[1], la volontà civilizzatrice del Regno del Nord scelse di uniformare queste due realtà sociali così diverse, imponendo come una camicia di forza la sua “civiltà”[2]con la polizia e soprattutto con l’esercito: la polizia ritornò ai metodi repressivi borbonici e l’esercito procedette contro tutto e tutti, manu militari[3]. Al comando dell’esercito si susseguirono il gen. Cialdini (luglio-novembre 1861) e il gen. Lamarmora (dal 1861 al 1864), entrambi usi ad adoperar la forza per far rispettare le leggi; ma poiché le leggi erano  garantiste nei confronti della persona, furono introdotte leggi speciali che lasciarono mano libera ai militari[4]. D’altronde il risentimento per le vessazioni del governo, dopo i primi entusiasmi e il plebiscito referendario, si andava trasformando in delusione e rivolta della popolazione. Il plebiscito del 21 ottobre 1861 non fu certo quello strumento di democrazia che oggi potremmo immaginare. Grandi scenografie, nessuna segretezza di voto: il decreto prevedeva  tre urne: una vuota al centro per raccogliere le schede votate, due ai lati di cui una con le schede per il Sì e l’altra con le schede per il No. I pochi oppositori che prendevano la scheda con su scritto No erano esposti alla berlina. Da qui i risultati bulgari per il Sì all’unanimità.

Le nuove tasse e l’estrema povertà dei contadini; le prepotenze e le ingiustizie da loro subite per mano dei vecchi signorotti, ieri borbonici e oggi liberali; l’obbligatorietà della leva militare (da cinque a sei anni!); l’ottusità e l’arroganza dei nuovi funzionari carichi di pregiudizi; i resti dello sconfitto esercito borbonico e di quello garibaldino, vittorioso ma disciolto (per l’avversione dei quadri militari dell’esercito regolare verso “l’irregolare”Garibaldi) non avevano prodotto che malumore. Questa miscela esplosiva fornì la mano d’opera al brigantaggio; mentre l’opposizione parlamentare, il clero osteggiato da una politica anticlericale e i garibaldini delusi[5]fornirono motivazioni politiche ad un fenomeno di banditismo endemico che finì per assumere le caratteristiche di un movimento di opposizione al nuovo Stato all’insegna di “viva re Francesco” o “viva il Papa”. Per i quattro anni successivi all’Unità, le bande dei briganti infestarono campagne e paesi del meridione. Si contavano circa quattrocento briganti in Puglia organizzati nelle varie bande: Pizzichicchio nell’Arneo,  Laveneziana, Valente e Monaco nel Nord Salento e la banda dello Sturno nel basso Salento[6]. Quasi tutti provenivano dalle fila dell’esercito borbonico e agivano sull’esempio  della più nota banda di Carmine Crocco  che in Lucania aveva raccolto un vero e proprio esercito di più di mille uomini (fino anche a tremila), o di Chiavone in Abruzzo con 400 uomini, di Cosimo Giordano in Campania o del sergente Romano nel barese[7]Dal giugno 1861 fino al dicembre 1865 secondo cifre approssimate per difetto, esistevano 400 bande di briganti, per un “esercito” di circa seimila uomini[8].  PallaviciniQuanto all’esercito regio inviato al Sud, circa 120.000 uomini con il generale Pallavicini nel ruolo di segugio dei briganti, l’unica risposta che riuscì a dare a questo fenomeno fu “far capire senza possibilità di dubbio chi fosse il più forte. Ben presto la situazione sfuggì di mano e le prime vittime furono la legalità e il rispetto civico. Quella che doveva essere l’unità d’Italia si stava trasformando in una guerra civile senza regole né pietà[9]”.Precursore di questa impostazione era stato lo stesso Bixio, quando (6 agosto 1860) a Bronte, in Sicilia, aveva represso una rivolta contro la mancata distribuzione di terre comuni (le terre comunali su cui tutti i contadini potevano esercitare diritti di pascolo, caccia, raccolta di legna ed altri usi civici), promesse da Garibaldi ai contadini che si fossero arruolati con lui[10].  “Il nuovo corso come il vecchio, non tollerava che fossero toccati gli interessi dei latifondisti”: la borghesia infatti, come commentava lo studioso P. Villari nel 1893, grazie all’alleanza venutasi a creare tra élites locali e vincitori, col nuovo regime era divenuta padrona di ogni cosa[11]. Di conseguenza, il brigantaggio proliferava “perché espressione di un malessere diffuso, di disagio collettivo, di una sofferenza sociale profonda. … Lo stomaco muove le plebi più delle idee. E lo stomaco dei contadini senza terra era vuoto. Loro avevano fame e i nobili o i ricchi borghesi, nel nuovo ordine, usurpavano i demani regi e comunali o si appropriavano dei pascoli e delle terre che loro coltivavano da secoli … I governi postunitari  negarono la componente sociale nel brigantaggio, delegittimandolo come la ribellione imprevedibile e folle di bifolchi al soldo della reazione[12]. Le vere cause di questa ribellione non furono comprese o forse non le si volle comprendere. Per studiare il fenomeno fu costituita una commissione parlamentare di nove deputati di diversa estrazione politica e geografica sotto la guida del deputato tarantino Giuseppe Massari. Si trattò di un’indagine condotta nelle zone del brigantaggio, ma con un’impostazione piuttosto prevenuta (“I briganti sono materia di polizia, non di uomini politici[13]). Malgrado ciò, l’inchiesta fu custodita come un segreto di Stato (inaccessibili i documenti sul brigantaggio custoditi presso il Comando generale dei Carabinieri e la Biblioteca reale di Torino), il materiale documentario distrutto o secretato e la relazione del moderato Massari pubblicata dopo parecchie censure[14]. Per contro, i risultati furono utilizzati per emanare una legge (legge Pica,15 agosto ‘63), che per reprimere il brigantaggio tra l’agosto del ’63 e il dicembre del ’65, operò con l’esercito, i tribunali militari, le fucilazioni e le deportazioni, instaurando una vera e propria dittatura militare. Nel fare un bilancio di questa guerra, Indro Montanelli  constatava che costò più morti di tutti quelli del Risorgimento[15],  quasi che la repressione e l’efficienza degli ufficiali fosse misurata con il numero dei fucilati e dei paesi bruciati[16].

L’accusa al nuovo Stato è proprio quella di colonialismo[17]. La stessa legge del 3 dicembre 1860 n. 4497 non usava il termine unificazione bensì: “… annessione allo Stato delle provincie dell’Italia centrale e meridionale”[18].  “L’ipocrisia risorgimentale impediva di ammetterlo, ma molti erano convinti che l’Unità fosse anzitutto una conquista di terre, da amministrare con l’intransigenza del colonizzatore[19].

Sempre in materia di annessioni, la necessità  di sanare le finanze collassate con un’operazione dal taglio decisamente anticlericale, portò il governo ad adoperare la forza anche nei confronti della Chiesa. Con un atto d’autorità, fece ciò che neanche il radicale Garibaldi aveva osato fare: sopprimere la maggior parte delle congregazioni religiose,affidare i loro beni immobili ad un ente specificamente creato (la Cassa Ecclesiastica) e successivamente incamerare quel patrimonio nel Demanio dello Stato (legge n. 794 del 21 agosto 1862), facendo così schierare tutto il clero sul fronte dell’opposizione in un momento di grande debolezza politica[20]. Per tutta risposta la gerarchia ecclesiastica, tranne singole eccezioni (è il caso di Michele Caputi vescovo di Ariano Irpino originario di Nardò[21]), dichiarò la sua contrarietà al nuovo Stato e il suo appoggio al vecchio regime borbonico. Quando il brigantaggio assunse le dimensioni e le caratteristiche di un movimento politico filoborbonico,  “l’episcopato meridionale fu essenziale nel manovrare i fili della sollevazione popolare. Molti preti furono mediatori tra il centro pontificio e l’estrema periferia dei borghi di campagna: informazioni, denaro, istruzioni, aiuti di ogni tipo venivano fatte arrivare ai briganti e ai loro complici usando le chiese come porto franco[22].battaglia Lo scontro tra Stato e Chiesa inasprì la normale vita sociale e religiosa, innalzando reciproci divieti e barriere: da parte cattolica si condannavano come usurpatori, governanti e borghesia agraria (scomunicati “ipso facto” quanti acquistavano nelle aste i beni ecclesiastici) e si incitavano i fedeli a boicottare uno Stato sacrilego minato dal concetto stesso di democrazia[23]; dall’altra si impediva l’insediamento di vescovi non graditi o li si metteva agli arresti, tanto che alla fine del 1864 “ben 108 sedi vescovili su 227 esistenti in Italia risultavano prive di titolare, per vacanza o in seguito a provvedimenti governativi[24] (la diocesi di Lecce rimase ‘sede vacante’ per dieci anni dal 1862 al 1872). Così, a parte i renitenti alla leva e gli ex-ufficiali borbonici, furono sorvegliati soprattutto preti e giornali cattolici. Eppure tutti i movimenti carbonari e liberali, prima e dopo il ’48, erano stati costituiti in buona parte dal clero più liberale. Spesso le riunioni segrete, per non destare sospetti, si erano svolte nelle sagrestie delle chiese o nei conventi. Talvolta furono proprio quei conventi ad essere soppressi, espropriati e le comunità trasferite, come fu il caso di Leverano, dove pure tutta la comunità si era pronunciata a favore dello stato unitario e aveva votato compatta per il “SI” al plebiscito[25]. Un altro dei lati oscuri del nuovo Stato (non poi così oscuro, visto quello che aveva detto Villari in proposito[26]) fu la vendita a basso costo ai proprietari terrieri dei terreni ecclesiastici espropriati[27] (gli edifici monumentali e i conventi furono adibiti come scuole, caserme, ospedali, carceri). La storia della borghesia agraria del Salento ha avuto origine proprio da questa convergenza di interessi tra lo Stato (con le sue gravissime difficoltà economiche dopo la guerra del 1866) e questa classe di proprietari che aveva fatto le sue fortune con i beni della Chiesa, pur non avendo partecipato al moto di unificazione nazionale[28]. I piccoli contadini dovettero invece vivere in condizioni al limite della sopravvivenza (quali erano descritte nell’Inchiesta  agraria di Stefano Jacini del 1877), dovettero emigrare (un milione in dieci anni: 1870-1880), combattere altre ben più disumane guerre e attendere quasi altri cento anni prima di riuscire ad ottenere,non senza rivolte e occupazioni nei due dopoguerra (a Nardò il 9 aprile 1920 e nell’Arneo alla fine del 1950[29]),un pezzo di terra con la legge sulla Riforma agraria[30]. Cinquant’anni dopo la conquista del Meridione che aveva lasciato aperte quelle sanguinose ferite, nel corso di un’altra terribile guerra (l’ultima risorgimentale e la prima dell’Italia unita), quei contadini provenienti da ogni angolo d’Italia, ma non solo loro, combatterono e caddero “come d’autunno sugli alberi le foglie[31] (500.000 morti su una popolazione nazionale di 35 milioni) per una terra che per loro era stata matrigna. Dodicimila i soldati salentini (delle tre attuali province) deceduti; novanta i caduti di Leverano (su 4.700 abitanti). Quei morti, spesso anonimi, ricordati con un piccolo o grande monumento in ogni piazza e paese della penisola, sono ancora oggi l’emblema, tutto da interpretare, dell’Unità ritrovata “all’ombra  dei cipressi e dentro l’urne”, negli immensi, silenziosi e lontani cimiteri di guerra.

Una classe politica, per altro verso illuminata, non solo si era dimostrata incapace (per calcolo, inettitudine o pregiudizio) di migliorare le condizioni di vita nelle campagne, o di creare unità nella diversità, ma al contrario, ne aveva accresciuto le differenze, lasciando “la sensazione, diffusa al Sud, di essere figli di un Dio minore[32]. Non era esattamente quanto avevano sperato i cospiratori antiborbonici, né tanto meno ripagava sofferenze e persecuzioni subìte da quei salentini che a vario titolo avevano partecipato al processo unitario nazionale. I personaggi e le vicende che abbiamo raccontato, viste da quest’angolo d’Italia, ci portano invece ad una conclusione piuttosto amara: “il Sud poteva farsi Italia senza che l’Unità venisse recepita come una conquista militare seguita da annessione e colonizzazione[33].

 

 

[1] Cfr. G. B. Guerri, op. cit. p. 79. v. anche Cavour nella lettera a Farini: “Il Paese e il Parlamento reclamano a gran voce che si adotti un sistema di rigore e di fermezza che si imponga alla razza volubile e corrotta del Regno di Napoli”. Ibid. p. 83. I giudizi di incapacità, corruzione, inerzia, oziosità, ignoranza del popolo meridionale si sprecano tra i politici piemontesi, a cominciare da Luigi Carlo Farini luogotenente a Napoli: “Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a confronto di questi caffoni, sono fior di virtù civile” . ibid. p. 78.

[2] Cfr. lettera di Cavour a Vittorio Emanuele: “Imporre l’unità alla parte più corrotta, più debole dell’Italia. Sui mezzi non vi è gran dubbiezza: la forza morale, e se questa non basta, la fisica”. v. G. B. Guerri, op. cit. p.76.

[3]Il problema di allora … era come estendere pari garanzie a un paese disomogeneo … I militari vedevano tutto ciò che avevano di fronte con il filtro a loro più congeniale, cioè quello della guerra … Fecero di tutto per sostituirsi alla magistratura civile, imporre i tribunali militari e sopprimere quelli ordinari. Ci sarebbe voluto un progetto politico che indirizzasse le scelte e ponesse dei limiti. In sua assenza i diversi poteri e le diverse amministrazioni si scontrarono e si ostacolarono a vicenda e furono in molti quelli che ne fecero drammaticamente le spese.” v. Marco Scardigli, Lo scrittoio del generale, Utet, Torino, 2006, p. 385.

[4]Come succede sovente quando i militari vengono chiamati a risolvere problemi politici e sociali, da sempre tendono a estendere i loro poteri sia nel senso repressivo, sia in campo politico. Vedendo le garanzie giudiziarie e statutarie come limiti all’efficacia  della loro azione tendono a superarle e ogni tentativo di arginare questa ipertrofia del concetto di sicurezza viene visto e combattuto come un attentato alla sicurezza stessa. La clava politica che i militari avevano in mano era la possibilità di porre il governo di fronte a un chiaro ricatto: o potere ai militari, o esplosione del brigantaggio a cui facesse seguito un trionfo elettorale per la sinistra nel Sud.” v., M. Scardigli, op. cit. p. 394 nota 15.

[5]… si ritrovarono vittoriosi sul campo e umiliati fuori, irrisi perfino dai borbonici. Molti tornarono a casa delusi e con la precisa consapevolezza di essere stati vittima di una grande ingiustizia. Altri si diedero nuovamente alla clandestinità e ai moti, guardati come delinquenti e come terroristi. Tutti comunque convinti che il loro nemico e l’ostacolo per ogni progresso fosse l’esercito, una sorta di tumore reazionario …”. v. M. Scardigli, Lo scrittoio … op. cit. pp. 337-338.  v. ancora Ibid. pp. 351-352: “Nel meridione d’Italia, negli ultimi mesi del 1860, non si combatté una guerra civile per il solo motivo che una delle due parti – quella garibaldina – non lo volle e, in un certo senso cedette le armi. Altrimenti tutto era pronto”. Infine:  “Al proseguimento della guerra di popolo suggerita dai mazziniani, – Garibaldi – preferì l’annessione al Piemonte … Come ricompensa chiese invece che il re gli facesse l’onore di partecipare alla rivista di addio … dai suoi volontari. Il re promise, ma non mantenne. Non volle neppure firmare l’ordine del giorno di ringraziamento ai garibaldini che gli avevano regalato un regno. Lo fece firmare in sua vece dal generale Della Rocca”. v. A Petacco, op. cit. pp. 162-163.

[6]Per Pizzichicchio(Cosimo Mazzeo), originario di San Marzanocfr. V. Zacchino, op. cit. pp. 168-177;Laveneziana e Valente (detto NennaNenna) erano di Carovigno, Monaco di Ceglie Messapica, lo Sturno (Rosario Parata)  di Parabita.

[7] Per la storia di Crocco cfr. il volume che ha per autore lo  stesso Crocco, Io brigante, Capone/Edizioni del Grifo, 2005; cfr. inoltre G. B. Guerri, op. cit. cap. XIV, pp.185-212; per la storia di Chiavone vista attraverso la biografia del gen. Govone (il capo della spedizione militareche gli dava la caccia), cfr. M. Scardigli, op. cit, capitolo I briganti, pp. 350- 370; cfr. inoltre G. B. Guerri, op. cit. cap. IX, pp 123-139.  Per la storia di Cosimo Giordano cfr. la successiva nota n. 27; per la storia del sergente Romano cfr. Pino Aprile, Terroni, Piemme edizioni, 2010, pp. 27-38.

[8] v. Gigi Di Fiore, 1861 Pontelandolfo e Casalduni, GrunerJahr/Mondadori, 2013, p. 168. Il libro è un racconto romanzato di una vera strage compiuta il 14 agosto 1861 dalle truppe del generale Cialdini per rappresaglia contro gli abitanti dei due comuni del Matese, colpevoli di collaborazione con la banda di Cosimo Giordano nell’uccisione di 41 soldati. I due paesi furono rasi al suolo e i loro abitanti uccisi dopo atroci violenze. Nel volume è contenuta anche la relazione che il sen. Giuseppe Ferrari espose in parlamento dopo un sopralluogo sui luoghi della strage.Cfr. anche G. B. Guerri, op cit. cap. X, pp. 140-151.

[9] v. M. Scardigli, op. cit. p. 346; v. anche dichiarazione dell’ ufficiale Bianco di Saint Jorioz: “siccome il governo non volle sin da subito dire che governava con lo stato d’assedio per non passare all’estero da stato autoritario … a mezzo di disposizioni dubbie, ambigue, elastiche, emanate sottovoce e privatamente, mise la cosa senza il nome e dando al militare amplissimi poteri, lasciò intatte ed influenti l’Autorità civile, cosicchè si trovarono bentosto a fronte due autorità che si urtarono”.Ibidem, nota 98 p. 371.

[10] Cfr. Lucy Riall, La rivolta: Bronte 1860, Laterza, 2012, capitolo VI, pp. 162-194: analizza cause edeffetti dell’episodio. A pag. 158, si cita il decreto di Garibaldi sulle terre comuni emanato a firma di Crispi, segretario di Stato, il 2-6-1860.

[11] Per il virgolettato v. G. B. Guerri, op. cit. p. 56; per la citazione di Villari Cfr. Lucy Riall, op. cit. p. 221.

[12] v. G. B. Guerri, op. cit. pp. 75-76

[13]La citazione è di Massari. v. G. B. Guerri, op. cit. p. 215.

[14] Ibid. pp. 216-217.

[15]v.  G. B. Guerri op. cit. p. 91: “spesso si taceva per non allarmare l’opinione pubblica, perché non fosse sotto gli occhi di tutti che si trattava di una guerra: morirono più militari che nella somma delle tre guerre di indipendenza, almeno 8.000. Cronisti e storici locali contano oltre 100.000 caduti tra i meridionali”. Cfr. anche N. Perrone, op. cit. p. 139. Una commissione d’inchiesta parlamentare stabilì che i briganti fucilati  furono 3.451 mentre gli arrestati 2.768. (…Pontelandolfo, op. cit. p. 5). Mentre F. Molfese parla di 5.212 uccisi, 5.044 arrestati e 3.597 consegnatisi, per un totale di 13.853 (Ibid. p. 168). “Numeri da genocidio”, conferma Guerri  (op. cit. p. 220).

[16]Cfr. M. Scardigli, op. cit. p. 387. Valgano alcuni esempi: la guerra ai renitenti in Sicilia, il gen. Govone la fa “arrestando tutti quelli che si incontrano per le campagne coll’età apparente del renitente o col viso d’assassino” (Ibid. p. 412); il magg. Frigerio: “procederò  a togliere l’acqua alla popolazione e ad ordinare che nessuno possa sortire di casa sotto pena di fucilazione e di altre misure di più forte rigore” (Ibid. p. 414);il luogotenente Dupuis non riuscendo a farsi aprire la porta, dà fuoco al fienile provocando quattro morti (Ibid. p. 422). Senza con questo raggiungere gli apici di crudeltà del col. Fumel in Calabria  tristemente noto per gli eccessi di fucilazione (Ibid. p. 387 e nota 110 p. 418) o del generale Della Rocca(detto “Macigno”) che impartì l’ordine di non perdere tempo a fare prigionieri.Quando poi da Torino lo invitarono alla moderazione limitandosi alla fucilazione dei soli capi, rinnovò l’ordine ritenendo ogni brigante un capo(Cfr. G. B. Guerri, op. cit. pp. 83-84).

[17] v. nota 11 e l’emblematico titolo del già citato testo di Zitara, “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”.

[18] Lo stesso re di Sardegna, non modificò il proprio nome assumendo il titolo di primo re d’Italia: “Vittorio Emanuele non volle saperne di modificare la numerazione della sua dinastia e Cavour lo assecondò”; v. A. Petacco, op. cit. p. 164.

[19] v. G. B. Guerri, op. cit. p. 80.

[20] cfr. Marc Monnier, Da Frà Diavolo a Borjès, Capone/Edizioni del Grifo, 2005, pp. 71-72.

[21] Cfr. Bruno Pellegrino, Michele Caputi: dal legittimismo borbonico al liberalismo unitario, Congedo, 1984.Da notare il comportamento del  vescovo di Lecce Nicola Caputo che, unica eccezione tra i vescovi salentini, dopo la conquista del regno borbonico rivolse un Indirizzo a Garibaldi e un altro a Vittorio Emanuele, manifestando rispetto per l’autorità costituita. Cfr. Dizionario biografico degli Italiani, Treccani, vol. 19, 1976(voce “Caputo Nicola”curata da B. Pellegrino).

[22] v. G. B. Guerri, op. cit. pp. 116-117.

[23] Pio IX si rifiutò di riconoscere il Regno d’Italia (di cui aveva già scomunicato i principali protagonisti) e si irrigidì in posizioni assolutiste e retrive con l’enciclica “Quanta cura” e il “Sillabo” dell’8 dicembre 1864 cui fece da contrappunto, da parte italiana,la legge sull’alienazione dei beni ecclesiastici (Cfr. Ibid. pp. 237-238).

[24] v. Ernesto Ragionieri, La storia politica e sociale, in Storia d’Italia, vol. 4 (Dall’Unità a oggi)III, Einaudi, 1976, p. 1709.

[25] v. precedente articolo, Risorgimento: classi sociali e sette carbonare a Leverano.

[26]v. precedente nota 30.

[27]Con il R. decreto 3036 del 7 luglio 1866  e la legge 3848 del 15 agosto 1867 che sopprimeva gli enti ecclesiastici trasferendone i patrimonial Fondo per il culto,tre milioni di ettari (di cui 2,5 solo nel Sud) furono immessi sul mercato e ceduti a proprietari terrieri a prezzi stracciati.Fu così favorita la nascita della grande borghesia.I contadini, che costituivano il 90 % della popolazione meridionale, videro soppressi i secolari usi civici che costituivano i demani comunali e consentivano loro di pascolare le greggi, raccogliere legna, pescare ecc. (dati tratti da, voce “Convenzione per la vendita dei beni demaniali” sito: Università di Firenze, www.sba.unifi.it)

[28] Cfr. E. Ragionieri, op. cit. p. 1708. Con la liquidazione dell’asse ecclesiastico (i beni immobili devoluti al Demanio), le entrate dello Stato furono in tutto 30.200.000, ben al disotto delle centinaia di milioni previsti. Cfr. Ibid. p. 1707.

[29]La crisi agricola del primo dopoguerra portò i contadini esasperati,guidati da un ex garibaldino, l’avvocato Carlo Mauro e dal sindacalista Cosimo Galasso,all’occupazione delle terre dei vari Personè e Zuccaro e della città di Nardò il 9 aprile del 1920. La rivolta fu soffocata con l’invio di 500 militari che provocarono diversi morti, feriti e numerosi arresti (cfr. Quotidiano, 9 aprile 1980, paginone).Nell’Arneo, pochissimi grossi proprietari possedevano oltre il 70 per cento della terra,mentre sul restante viveva una moltitudine di lavoratori agricoli nel più totale assenteismo dei latifondisti. Il mancato inserimento dell‘Arneo nella legge di Riforma, scatenò la rivolta e l’occupazione delle terre del senatore Tamborino, conclusesi dopo un pesante intervento della polizia, con la vittoria dei contadini (da Copertino, Veglie, Leverano, Carmiano)e dei loro sindacati.

[30] legge stralcio Segni n. 841 del 21 ottobre 1950.

[31] v. il brevissimo componimento “Soldati” di G. Ungaretti, il poeta-soldato che partecipò alla prima Guerra mondiale.

[32] v. G. B. Guerri, op. cit. p. 250

[33] Ibid. p. 254

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