Memorie: Personaggi del Risorgimento Salentino

terra otranto

Torna l’amico Gaetano Papadia con una sua ricerca storica sul Risorgimento Italiano visto dal Salento. Ne pubblichiamo oggi la prima parte! 

 

Il Salento, con la sua posizione geografica di periferia, non ha avuto molte occasioni per inserirsi da protagonista nel circuito della grande storia nazionale. Molto più spesso ne ha vissuto a ruota le vicende, così che tutto ciò che avveniva nei grandi centri cittadini (Napoli, Torino, Milano, Roma ecc.) giungeva nella penisola salentina con ritardo tale da condizionarne gli sviluppi successivi. E’ quanto avvenne nel 1799, con la proclamazione della Repubblica Partenopea a Napoli, la cui notizia giunse a Lecce con quindici giorni di ritardo, quando già era incominciata la controrivoluzione del cardinale Ruffo.

Con minor ritardo (cinque giorni) pervenne la notizia che Ferdinando II aveva concesso
la Costituzione il 29 gennaio 1848, ma ciò non impedì, come non lo aveva impedito nel 1799, l’immediata approvazione della popolazione leccese del nuovo regime costituzionale, con festeggiamenti, dichiarazioni di adesione ai movimenti liberali, pubblicazione di giornali e libri prima vietati. L’immediata risposta della popolazione era il segno che le idee liberali erano ben radicate in questa provincia periferica. Nei cinquant’anni che separavano queste due date, la polizia borbonica aveva perseguitato numerosi seguaci salentini della Repubblica Partenopea, condannandoli a pene varie: alcuni a morte (Oronzo Massa, Francesco Astore, Ignazio Falconieri), altri al carcere ed altri ancora ad essere sorvegliati per le loro attività di cospirazione. Ma nonostante la sorveglianza, si erano costituite numerose associazioni segrete che utilizzavano i rituali della Massoneria introdotti durante il decennio francese di Gioacchino Murat[1]: dalla setta più conosciuta, i Carbonari, ai Filadelfi (molto diffusi in Terra d’Otranto), ai Patrioti, ai Calderari, fino alle degenerazioni nel brigantaggio con la setta dei Decisi.

 

Erano in gran parte proprietari terrieri, ufficiali o funzionari statali che aspiravano a un riconoscimento del loro potere attraverso la Costituzione, sempre rifiutata dalla monarchia assoluta: cospiravano segretamente perché non c’era altro modo di ottenerla. Quando furono costretti a concederla (prima nel 1820 e poi nel 1848), i Borboni la ritirarono quasi subito, riprendendo con più accanimento di prima le repressioni della polizia e le condanne dei tribunali. Con la Costituzione del 1848 era stata indetta anche l’elezione di un Parlamento. Dal Salento erano stati eletti undici deputati quasi tutti appartenenti all’aristocrazia locale (G. Leante, G. Pisanelli, L. Scarambone, V. Cepolla, F. Giannotta ed altri). Ma all’apertura del Parlamento, il 15 maggio, i contrasti col re sfociarono in una vera battaglia a cui parteciparono molti patrioti salentini. Nei mesi successivi  fu attuata una repressione che si estese anche ai territori periferici del regno e quindi nel Salento con il generale Marcantonio Colonna. Per questa rivolta che aveva visto assieme, oltre ai vecchi liberali, anche i mazziniani della “Giovine Italia” (il gallipolino Epaminonda Valentino morto in carcere nel 1849, la cognata Antonietta De Pace[2], antonietta_de_paceGiuseppe Libertini uomo di fiducia di Mazzini e i radicali Sigismondo Castromediano e Bonaventura Mazzarella del Circolo Patriottico Provinciale), ci furono trentasei condanne. Castromediano fu condannato a trent’anni, l’arciprete di San Pietro Vernotico, D. Nicola Valzani, a ventiquattro anni, mentre Mazzarella e Pisanelli fuggirono in esilio per evitare l’arresto[3]. L’opposizione all’assolutismo, dai moti cospirativi di Carbonari e Mazziniani, aveva assunto le dimensioni di un vero e proprio movimento popolare, da cui però era rimasto escluso il Regno delle Due Sicilie, a causa dell’arretratezza economica della sua popolazione e della popolarità di cui godeva la figura del re. Per la gente del Sud oppressa dalla miseria, pane e risorse economiche costituivano le necessità primarie molto più che le riforme costituzionali, incomprensibili queste ultime per il quasi totale analfabetismo popolare. Come incompresa fu, e per gli stessi motivi, la sventurata spedizione di Carlo Pisacane nel 1857[4].

 

Liborio Romano

liborioNel Salento la polizia borbonica continuava a tener d’occhio vecchi e nuovi sorvegliati (detti “attendibili”), come il tarantino Giuseppe Massari e i leccesi Liborio Romano e Giuseppe Pisanelli (tutti destinati ad avere ruoli importanti nel neonato Stato italiano); essa segnalava scrupolosamente nei propri registri le riunioni settarie che avevano luogo nei vari paesi (molto attiva a Squinzano la “Giovine Italia”, a Campi, Novoli e Veglie vari movimenti settari, a Surbo il sacerdote mazziniano don Luigi Messa). Ma un personaggio in particolare, Liborio Romano, viene seguito e perseguito per le idee liberali e massoniche che coinvolgono lui e tutta la famiglia. Il fratello Giuseppe, più attivo di lui, è coinvolto nella spedizione di Pisacane, ma è Liborio ad entrare ed uscire dal carcere, fin quando nel 1850 viene mandato in esilio, dapprima in Toscana e poi in Francia. Dopo quattro anni rientra in Italia e dal suo piccolo paesino, Patù, si trasferisce a Napoli, dove diventa uno dei più noti avvocati della città. La storia personale di Liborio Romano ripercorre tutto il Risorgimento, fino a fare di lui un personaggio fondamentale dell’Unità d’Italia. Non si tratta di un’esagerazione: Liborio Romano è stato un personaggio di primo piano nella transizione dal Regno delle due Sicilie al nuovo Stato unitario, anche se solo per pochi mesi (27 giugno 1860 – 12 marzo 1861), quelli più cruciali. Sono i mesi che precedettero e seguirono la caduta del regno borbonico, fino alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia. Il suo percorso da sorvegliato a Prefetto di Polizia lo compie quando Francesco II, diventato re a soli ventitré anni poco prima della spedizione di Garibaldi, capisce che il suo regno non ha molte prospettive e, ben consigliato dallo zio Luigi di Borbone, più illuminato di lui, liberale e massone come Romano, gli offre la carica di Prefetto di Polizia per la città di Napoli. Liborio Romano, in soli settanta giorni (tanto dura il suo incarico), con una serie di appelli alla popolazione cerca la collaborazione e il dialogo al posto della repressione; riesce a riorganizzare la polizia borbonica espellendo i più violenti e inserendo anche elementi della camorra (fatto questo molto discusso, ma efficace), abolisce le terribili “segrete” sotterranee del carcere e le punizioni corporali ai detenuti. Gli effetti di queste riforme sono evidenti da subito: l’ordine pubblico è sotto controllo e i rapporti con l’opinione pubblica sono del tutto positivi. In un contesto che da un momento all’altro, con la fine del regno alle porte, può trasformare la città in un’inimmaginabile e sanguinosa anarchia senza controllo, Romano invece riesce a diventare un personaggio seguito e molto popolare. Queste riforme sono fatte da un semplice Prefetto, ma con l’autorità di un ministro e per giunta il ministro della famigerata polizia borbonica. Passo dopo passo, utilizza le sue capacità di politico per dialogare con il popolo, con il re e addirittura con il nemico: Romano infatti ha dei contatti segreti con Cavour, il quale vuole servirsi di lui per preparare, con un colpo di mano, il trapasso di potere dai Borboni ai Savoia. Ma l’ambizione di Cavour è quella di riuscire a precedere Garibaldi nella sua vittoriosa corsa verso Napoli, per “soffiargli” il ruolo di conquistatore del Regno delle  Due Sicilie.[5]

Per tenere questi contatti sempre più al riparo da orecchie e occhi indiscreti e con la scusa di comunicazioni urgenti di servizio, si fa autorizzare dal re l’installazione di un telegrafo senza fili nel ministero da lui diretto.    Romano riceve da Cavour vere e proprie istruzioni per una di quelle operazioni a tavolino di cui il politico piemontese era riconosciuto maestro (fomentare una sommossa popolare che porti ad un allontanamento del re da Napoli e quindi creare un governo provvisorio con a capo lo stesso Romano[6]), ma non volendo adeguarsi ad un ruolo di semplice esecutore, convince il re a lasciare Napoli (il 6 settembre) per evitare spargimenti di sangue e contemporaneamente avvia contatti con Garibaldi all’insaputa di Cavour[7]. Per questo, da Garibaldi si merita la riconferma di ministro della polizia nel governo provvisorio.gariba Ma, proprio perché provvisoria, la dittatura di Garibaldi dura solo due mesi e la nomina di Romano neanche uno[8]. Il doppio gioco con Cavour gli costerà l’emarginazione da parte dello stesso Cavour e del suo fiduciario Costantino Nigra, insofferente per la sua enorme popolarità: quando gli affideranno l’incarico di consigliere (il classico “promoveatur ut amoveatur”), sarà solo per congelarlo in un ruolo senza nessun potere. Il 12 marzo ’61 presenta perciò le sue dimissioni con una lettera polemica sull’operato del nuovo governo[9]. Nella lettera, e soprattutto nel memoriale a Cavour del 15 maggio successivo, egli critica quei metodi per cui il nuovo Stato, senza alcun rispetto per le differenze sociali ed economiche del regno napoletano, ha imposto con la forza leggi, tasse e leva obbligatoria fino ad allora sconosciute. In una parola ha fatto dell’Italia un Piemonte allargato. L’operazione di allargamento di confini ha però danneggiato gli stati economicamente arretrati come quello napoletano perché, eliminando i dazi sui prodotti importati, ha fatto crollare nella miseria un’economia debole protetta proprio da quegli stessi dazi. Inoltre, confrontando la consolidata situazione finanziaria del regno napoletano[10] con le finanze piemontesi esauste e quasi prossime al fallimento per l’enorme debito pubblico accumulato tra una guerra e l’altra[11], Romano ne ricava una clamorosa denuncia. Mette in luce lo scandaloso travaso finanziario avvenuto, sia con i titoli di stato napoletani (svenduti per avvicinarli al valore di quelli assai deprezzati del Regno di Sardegna[12]), che con il prosciugamento delle riserve delle due principali banche dell’ex-Regno (Banco di Napoli,  Banco di Sicilia)[13]. Il Nigra, mandato a Napoli con la carica di segretario generale del nuovo governo, è la longa manus di Cavour: egli mette in atto un piano che di fatto emargina Liborio Romano e lo fa allontanare da Napoli per un posto nel nuovo Parlamento di Torino, dove l’influenza diretta di Cavour renderà del tutto innocue le sue severe denunce. Lo scontro con Costantino Nigra e la sua strategia di “piemontesizzare” le istituzioni meridionali[14] si chiudono con la sconfitta di Romano: la sua partita con Cavour è ormai persa, le sue armi spuntate ed egli stesso fatto oggetto di una campagna denigratoria. Amareggiato per non essere riuscito a incidere nella vita politica del nuovo Regno così come gli era riuscito nel Regno di Napoli, in un memoriale del 6 luglio 1865, intitolato “Ai miei elettori” (eletto con un consenso impressionante in ben nove collegi elettorali, scelse di rappresentare quello di Tricase), fa le sue rimostranze al governo da cui “noi siamo umiliati, sgovernati, insanguinati, divisi[15]. Dopo questa critica piuttosto amara, si ritira a Patù e vi muore nel luglio del 1867 (Cavour era morto nel ’61, poco dopo la proclamazione dell’Unità[16]). Con lui moriva lo statista che aveva tenuto testa a Cavour, anzi “il solo meridionale all’altezza di Cavour[17], un politico che pur tra tanti difetti, aveva avuto la vista lunga e una grande capacità di analisi sull’operazione unitaria. Ne aveva individuato i meccanismi economici che anziché livellare le disparità le avevano accentuate: su un’economia già debole erano calate tasse impossibili da sostenere per le classi più povere, al punto che in molti furono costretti a lasciare le campagne e ad emigrare per poter sopravvivere. Come conseguenza, si erano ottenuti due risultati diametralmente opposti: da una parte l’industrializzazione delle regioni settentrionali del paese e dall’altra la sottoccupazione e la sottoproduzione nel Mezzogiorno, malgrado nel Mezzogiorno la media pro-capite di moneta circolante nel 1861 era quasi il doppio delle altre parti d’Italia. Dov’erano finiti quei capitali? Anche qui si era trattato di un prosciugamento di liquidità monetaria, sottratta all’agricoltura del Sud e trasferita alle industrie del Nord: i capitali incamerati dallo Stato con la vendita di terre demaniali o ecclesiastiche a grandi e medi proprietari terrieri, erano stati destinati a finanziare la nascita di un tessuto industriale in Lombardia, Piemonte e Liguria[18].

 

Copertina libro

Note

[1] cfr. Zacchino, Momenti e figure del Risorgimento salentino (1799-1861), Edipan, 2010, p. 63.

[2] Dopo la morte del Valentino, si trasferì con la sorella Rosa a Napoli, dove continuò l’attività cospirativa insieme al tarantino Nicola Mignogna. Arrestata, processata e infine  liberata, fece il suo ingresso in Napoli a fianco di Garibaldi.

[3] Ibid. p. 127. Sui singoli protagonisti, v. approfondimenti biografici, da pag. 130 a pag. 151.

[4]La gente chiedeva pane, mentre gli intellettuali chiedevano la Costituzione, ritenuta un balsamo per ogni male Sul popolo non si poteva contare finché non si fosse affrontato il nodo della miseria e dell’arretratezza … Ci si doveva occupare della ‘questione sociale’. v. Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud, Mondadori, 2010, pp. 9-10.

[5] Garibaldi nelle “Memorie” dice che Cavour “fin dal principio gettò quella rete di insidie e miserabili contrarietà che perseguiteranno la spedizione fino all’ultimo”. E’ noto che Cavour avrebbe preferito all’Italia unita, un Regno di Sardegna ampliato fino alla Toscana, ma niente di più; salvo poi, di fronte all’insperato successo garibaldino che ne aveva vanificato il progetto, capovolgere la propria linea politica, da convinto federalista in paladino dell’unità nazionale. Cfr. A. Petacco, Il regno del Nord, Mondadori , 2009, pp. 141,  149, 154, 167.  Ne dà conferma lo stesso Cavour in una lettera a Costantino Nigra del 1 agosto 1860 : …nell’ipotesi di successo completo dell’impresa di Garibaldi nel Regno di Napoli, credo che sia nostro dovere di fronte al Re, di fronte all’Italia fare tutto ciò che è possibile perché essa non si realizzi. v. C. Cavour, Epistolario, Olschki, Firenze, 2005, pp. 1501-1504.

[6] Cfr. lettera di Cavour a Costantino Nigra, 1 agosto 1960, ibid.

[7]  Cfr. Nico Perrone, L’inventore del trasformismo, Rubbettino, 2009, pp. 54-64 e p. 71.

[8] Ibid. pp. 107-116.

[9] Ibid. pp. 113-121.

[10]A conti fatti, il Regno delle Due Sicilie possedeva oltre due terzi dell’oro di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme, e proporzioni analoghe valgono per il denaro in circolazione nei singoli Stati”. v. G. B. Guerri, op. cit. p. 38.

[11]una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi:o con il fallimento o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande”. v. Nicola Zitara, L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, Jaka Book, 2010, p.47. – Un’analisi dettagliata della situazione economico-finanziaria del regno borbonico e del successivo periodo unitario è contenuta nelle pagine 43-57

[12] Cfr. N. Perrone, op. cit. pp. 124-125.

[13] Cfr. G. B. Guerri, op. cit. p. 39.

[14] Cfr. N. Perrone, op. cit., p. 157.

[15] Ibid. p. 160

[16] Una morte quasi improvvisa per una malattia dai cui sospetti non si salvarono l’amante, i medici,  gli avversari politici e le trame internazionali; da parte cattolica fu vista invece come una punizione divina. Cfr. G. Fasanella A. Grippo, Intrighi d’Italia, Sperling & Kupfer, 2012, pp. 1-49.

[17] v. V. Zacchino, op. cit. p. 199.

[18] Cfr. N. Zitara,op. cit. pp. 43-44. La grande industria del Nord (Fiat, Montecatini, Pirelli, Breda, Cantoni, Crespi, Richard Ginori) nacque nei decenni successivi all’Unità. Cfr. R. Romeo, Risorgimento e capitalismo, Laterza, 1998,  p. 150 e cap. IV; cfr. inoltre G. B. Guerri, op. cit. p. 249. Del 1889 anche l’Arsenale di Taranto voluto dalla Marina Militare, come espressione della politica protezionista che teneva insieme siderurgia, cantieri navali e marina. Cfr. ibid. p. 168. Lo stesso Jacini, nella sua “Inchiesta agraria” voluta dal Parlamento, rimproverò alla classe dirigente risorgimentale di aver fatto del nuovo Stato “essenzialmente  uno strumento per divergere verso altri impieghi quei capitali che l’agricoltura aveva prodotto e che sarebbero stati indispensabili al suo ulteriore sviluppo … ponendo così una gravosa ipoteca su tutto l’avvenire del paese ” (v. R. Romeo, op. cit. p. 129).

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